Metà luglio, la corrispondenza con Paola Rolletta è sempre divertente. Le scrivo. “Cominci a diventare davvero famosa. Mi sono trovata per puro caso a un’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio. Una cosa su “Italia e Romania: partnership, crescita e futuro in Europa”. Inizio a parlare con uno dei partecipanti, raccontando del più e del meno. Ovviamente arriviamo a parlare del Mozambico e del prode don Matteo. Il salto è breve. Tempo cinque minuti e arriviamo a te, la famosa Paola Rolletta. Don Matteo, intanto, resta inconoscibile. Ho sperato che mi fosse presentato, ma non è arrivato”. La risposta è come al solito con nuovi scenari. “Cara, sono appena arrivata ad Accra” - Accra, Accra, ma dove sarà mai Accra. E come prima cosa mi tocca di andare a vedere su google earth - “Sono qui al premio CNN Multichoice African journalistic award. Mio marito è tra i finalisti e io faccio un giro con Aids and media, dove parlerò di DREAM. Il mondo è piccolo! Davvero!” Ancora Mozambico. E i sapori di quei cibi. Come potrei non citare il libro di Paola “Cozinha Tradicional de Moçambique” sulla cucina mozambicana (http://www.criticaliteraria.com/9721054038)?
E mi torna in mente l’isola di Ibo. Nord del Mozambico, mare turchino e antiche costruzioni portoghesi che si sciolgono al tempo. Strade di città con la sabbia che copre l’antico acciottolato e ai lati vecchi palazzi. La grande chiesa nella piazza principale. I forti che incuranti del disfacimento controllano l’orizzonte. Le barche della gente di mare, le piroghe, le mangrovie. Solo qualche generatore e candele la sera. Niente gente di passaggio, ma due vecchi nell’antico forte continuano a lavorare l’argento per fare piccoli gioielli . Bracciali e collier semplici e complicati insieme. Devo averne ancora qualcuno in un cassetto.
A Pemba con Norma avemmo la fortuna di incontrare un pilota indiano con un piccolo aereo. Avevamo messo in giro la voce che ci sarebbe piaciuto andare sulle isole ma senza piroghe, barche o traversate di dieci ore. In più c’era il problema di trovare dove stare. A Ibo non c’erano alberghi e tutto funzionava secondo le regole dell’ospitalità. Insomma trovare un pilota indiano in quella zona quindici anni fa ti dava la certezza di essere in una botte di ferro, di poter andare ovunque al meglio. Stabilito il prezzo, il nostro amico ci caricò sul suo piccolo mezzo di trasporto insieme ad una cassa di whisky, suo regalo personale ad una coppia che ci avrebbero ospitato in una grande casa nella piazza principale di Ibo.
Norma ed io trovammo nuovi amici. Nella grande casa vivevano una pittrice di Maputo con il suo compagno mozambicano impegnato con non so quale organizzazione internazionale. Loro ospite una pittrice bianca anglofona zimbabwana di Harare, con una predilezione spiccata per i giovanotti neri locali. Ricordo che provvide anche a spiegarcene le ragioni – che non so più – e a presentarci l’ultimo rappresentante della categoria. Immagino pro tempore, un pro tempore molto rapido, visto che dopo due giorni era sparito. Per la casa lavorava buona parte del paese, perché oltre quelli che ricevevano stabilmente un compenso c’era sempre qualcun altro che veniva a vendere qualcosa o a offrire un servizio. E così c’era un orto e si poteva mangiare verdura, visto che veniva coltivata sotto le ferree regole del padrone di casa. Come dire potevi mangiarla e avere la certezza di sopravvivere. Ed è l’unica volta che mi consentii di magiare insalata in più di tre settimane. C’era pesce magnifico arrosto e pane fresco. Cene a lume di candela. Camere fresche e pulite. Niente da fare, se non andare in giro, leggere, chiacchierare con i padroni di casa e con tutti quelli che in un modo o nell’altro circolavano tra il giardino, la sala da pranzo e grandi spazi comuni.
Di tutto questo restano segni tangibili nella casa di Norma e in quella mia. Alle pareti abbiamo i quadri dipinti a Ibo dalle due artiste. Perché tornate a Maputo insieme alle nostre nuove amiche comprammo alcune loro opere. Molto diverse tra loro, per mano, sensibilità e tono. Eppure nulla riesce a rappresentare meglio Ibo di quei giorni. Almeno per noi.
cronache da questo mondo - leggere la vita nella sua strabiliante eccentricità, unicità e meraviglia
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mercoledì 20 agosto 2008
lunedì 7 luglio 2008
Moçambique 2. Capulane da Maputo a Pemba
“Bello! Però lavoro per SAVANA, il primo settimanale mozambicano indipendente. E poi faccio l'ufficio stampa per DREAM, il programma di lotta contro l' HIV/Aids della Comunità di Sant' Egidio (http://dream.santegidio.com/Homep.asp?SelectLingua=EN&Curlang=IT). Se vuoi ti mando un paio di articoli che ho scritto per SAVANA, di quelli turistici carini. Anzi, siccome SAVANA ancora non ha un sito, ti mando il link di un blog che ne ha riprodotto qualcuno. (http://estradapoeirenta.blogspot.com/2007/04/lago-niassa-um-paraso-perdido.html
http://estradapoeirenta.blogspot.com/2007/10/bala-de-canho-e-os-olhos-de-betty-boop.html)”. Paola mi risponde e mi apre nuovi ricordi mozambicani.
Tra le cose che ci chiedevano sempre c’era se conoscevamo Padre Matteo Zuppi. Naturalmente essere di Roma non vuol dire conoscerlo, ma questo a Maputo era incredibile. Padre Zuppi è la pace in Mozambico. Ora è il parroco di Sant Maria in Trastevere, ma ha seguito in prima persona i negoziati di pace. Paola mi ricorda che “la guerra civile è finita con la firma degli accordi di pace a Roma il 4 ottobre del 1992”.
E poi la bellezza del Paese. Da Maputo andammo a Pemba, fermandoci a Beira e Nampula. L’aereo era una carretta e viaggiava a pieno carico. All’andata mi ricordo avevo vicino una ragazza che mostrava a tutti il diploma da infermiera preso a Cuba. Da mangiare pane e frittata. A Pemba stavamo da Babu, l’unico posto dove potessimo fermarci. Bungalow sulla spiaggia bianca e sottile come borotalco. E poi mi ricordo il mercato nero di Pemba. Comprai anche un po’ di quelle stoffe che usavano tutte le donne.
Ma preferisco dare la parola a Paola. “Dal nord al sud del Mozambico non c’è donna che non usi la capulana. La usa per vestirsi, per pulire e per portare i bambini sulle spalle, la usa come tovaglia e come tenda. O quando cambia di casa o quando viaggia, la usa per trasportare gli oggetti. La capulana non è usata solo dalle contadine, come si potrebbe pesnare. Le donne di città, che in genere si vestono all’occidentale, la usano sempre in casa o nelle cerimonie familiari. Le altre donne, in Africa, usano lo stesso tipo di stoffa rettangolare di cotone e, ultimamente, di fibra sintetica, con grandi motivi stampati, incluso facce di presidenti, e soprattutto con colori sgargianti. Donne e ragazze coperte di stoffe colorate, danno vita e colore alle strade di terra battuta che rompono il paesaggio monotono della savana o nelle strade e mercati rumorosi e disordinati delle città africane. In altri paesi questi pezzi di stoffa possono avere altri nomi. In Kenia si chiamano kanga. In Africa occidentale, in Congo o in Senegal, si chiamano pagne. Molte lingue mozambicane hanno un nome differente per questi rettangoli di stoffa. Ma capulana è il nome più usato, dal nord al sud, dall’est all’ovest del Mozambico. Oggi il nome fa parte del lessico della lingua portoghese ma non si conosce con certezza la sua origine”.
Un paio di queste pezze di stoffa sono normalmente in circolazione a casa mia e svolgono le funzioni più varie. Paola Rolletta, invece, ci ha scritto un libro. Una signora sudafricana che lo vende sulla rete (http://www.clarkesbooks.co.za/artbooks/browse.asp?category=46&offset=10).
http://estradapoeirenta.blogspot.com/2007/10/bala-de-canho-e-os-olhos-de-betty-boop.html)”. Paola mi risponde e mi apre nuovi ricordi mozambicani.
Tra le cose che ci chiedevano sempre c’era se conoscevamo Padre Matteo Zuppi. Naturalmente essere di Roma non vuol dire conoscerlo, ma questo a Maputo era incredibile. Padre Zuppi è la pace in Mozambico. Ora è il parroco di Sant Maria in Trastevere, ma ha seguito in prima persona i negoziati di pace. Paola mi ricorda che “la guerra civile è finita con la firma degli accordi di pace a Roma il 4 ottobre del 1992”.
E poi la bellezza del Paese. Da Maputo andammo a Pemba, fermandoci a Beira e Nampula. L’aereo era una carretta e viaggiava a pieno carico. All’andata mi ricordo avevo vicino una ragazza che mostrava a tutti il diploma da infermiera preso a Cuba. Da mangiare pane e frittata. A Pemba stavamo da Babu, l’unico posto dove potessimo fermarci. Bungalow sulla spiaggia bianca e sottile come borotalco. E poi mi ricordo il mercato nero di Pemba. Comprai anche un po’ di quelle stoffe che usavano tutte le donne.
Ma preferisco dare la parola a Paola. “Dal nord al sud del Mozambico non c’è donna che non usi la capulana. La usa per vestirsi, per pulire e per portare i bambini sulle spalle, la usa come tovaglia e come tenda. O quando cambia di casa o quando viaggia, la usa per trasportare gli oggetti. La capulana non è usata solo dalle contadine, come si potrebbe pesnare. Le donne di città, che in genere si vestono all’occidentale, la usano sempre in casa o nelle cerimonie familiari. Le altre donne, in Africa, usano lo stesso tipo di stoffa rettangolare di cotone e, ultimamente, di fibra sintetica, con grandi motivi stampati, incluso facce di presidenti, e soprattutto con colori sgargianti. Donne e ragazze coperte di stoffe colorate, danno vita e colore alle strade di terra battuta che rompono il paesaggio monotono della savana o nelle strade e mercati rumorosi e disordinati delle città africane. In altri paesi questi pezzi di stoffa possono avere altri nomi. In Kenia si chiamano kanga. In Africa occidentale, in Congo o in Senegal, si chiamano pagne. Molte lingue mozambicane hanno un nome differente per questi rettangoli di stoffa. Ma capulana è il nome più usato, dal nord al sud, dall’est all’ovest del Mozambico. Oggi il nome fa parte del lessico della lingua portoghese ma non si conosce con certezza la sua origine”.
Un paio di queste pezze di stoffa sono normalmente in circolazione a casa mia e svolgono le funzioni più varie. Paola Rolletta, invece, ci ha scritto un libro. Una signora sudafricana che lo vende sulla rete (http://www.clarkesbooks.co.za/artbooks/browse.asp?category=46&offset=10).
venerdì 27 giugno 2008
Moçambique 1
“Sono stata qualche giorno a Roma, ma neanche ho telefonato tanto ero di corsa. Qui tutto bene. Sai che sono stata un sacco male a ottobre? Sono stata operata d'urgenza a Napoli, al Pellegrini Vecchio. Sono stata trattata benissimo. Qui tutto bene, per il momento. Con tutti i problemi di sempre, quindi direi tutto normale”. Paola va veloce. E’ giornalista di Tvcabo Moçambique a Maputo. Lavora e vive in portoghese da tanto tempo che ha raggiunto il diritto ad un pezzo di anima lusitana. Ovviamente i suoi standard sono diversi. Mentre in Italia si parla di Napoli come fosse l’inferno, per lei l’Ospedale Pellegrini Vecchio è un luogo dove sperare di essere curati. Le rispondo: “Bello sentirti. E contenta che tu stia bene, nonostante le difficoltà di ottobre. Questa mattina ho parlato di te qui a Bruxelles, dove sono per in breve periodo. Ti scriverà una persona che vuole consigli per venire in vacanza in Mozambico”.
Da poco avevo ricevuto un suo messaggio con cui chiedeva “participe do seu grupo de amigos no Plaxo Pulse (Para aceitar este convite, vá para: http://pulse.plaxo.com/pulse/invite?i=27578059&k=988480003&l=pt
Obrigado! A equipe Pulse)”. Avevo conosciuto Paola molti anni prima. Anche prima che andasse a stare a Maputo. Una sera a Roma ci eravamo trovate con amici in un locale ad ascoltare musica mozambicana.
Grande magnifico Paese, il Mozambico. Me lo ricordo nel 1994 con Norma. La guerra era finita da poco e giravano caschi blu con facce improbabili di paesi incredibili. Miseria, ma gente allegra Dio l’aiuta. Durante la guerra si diceva fossero spariti tutti gli animali selvaggi. Mangiati. Compresi i leoni. Tranne quelli che erano riusciti a passare il confine e a fuggire in Sud Africa. Niente luce elettrica, ma dove c’era un generatore funzionava sicuramente una discoteca. Radio Moçambique era l’unico posto dove si trovavano le cassette di musica. E la gente ti offriva opere d’arte bellissime.
E poi la cosa più incredibile: il colore della tua pelle contava meno di niente per definirti. Di là, in Sud Africa, un bianco stava da una parte e faceva certe cose. Passavi di qua, in Mozambico, e non dipendeva più dal colore della tua pelle chi tu fossi e a quali regole ti dovessi attenere. Non voglio dire che non contasse, ma non per definire da dove venivi, chi eri, dove andavi.
Avevo detto a Paola che ero tornata dal Mozambico con i colori negli occhi e una valigia di dipinti, batik, collane di semi, bracciali di legno, statuine. Io, che in genere non ho grandi bisogni, avevo comprato di tutto, per portare con me un pezzo del Paese. Lei, che non c’era mai stata, ci ha messo piede e ci è rimasta.
Da poco avevo ricevuto un suo messaggio con cui chiedeva “participe do seu grupo de amigos no Plaxo Pulse (Para aceitar este convite, vá para: http://pulse.plaxo.com/pulse/invite?i=27578059&k=988480003&l=pt
Obrigado! A equipe Pulse)”. Avevo conosciuto Paola molti anni prima. Anche prima che andasse a stare a Maputo. Una sera a Roma ci eravamo trovate con amici in un locale ad ascoltare musica mozambicana.
Grande magnifico Paese, il Mozambico. Me lo ricordo nel 1994 con Norma. La guerra era finita da poco e giravano caschi blu con facce improbabili di paesi incredibili. Miseria, ma gente allegra Dio l’aiuta. Durante la guerra si diceva fossero spariti tutti gli animali selvaggi. Mangiati. Compresi i leoni. Tranne quelli che erano riusciti a passare il confine e a fuggire in Sud Africa. Niente luce elettrica, ma dove c’era un generatore funzionava sicuramente una discoteca. Radio Moçambique era l’unico posto dove si trovavano le cassette di musica. E la gente ti offriva opere d’arte bellissime.
E poi la cosa più incredibile: il colore della tua pelle contava meno di niente per definirti. Di là, in Sud Africa, un bianco stava da una parte e faceva certe cose. Passavi di qua, in Mozambico, e non dipendeva più dal colore della tua pelle chi tu fossi e a quali regole ti dovessi attenere. Non voglio dire che non contasse, ma non per definire da dove venivi, chi eri, dove andavi.
Avevo detto a Paola che ero tornata dal Mozambico con i colori negli occhi e una valigia di dipinti, batik, collane di semi, bracciali di legno, statuine. Io, che in genere non ho grandi bisogni, avevo comprato di tutto, per portare con me un pezzo del Paese. Lei, che non c’era mai stata, ci ha messo piede e ci è rimasta.
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