domenica 12 gennaio 2014

Luigi Ferraro, nonno di mio padre


Anche del bisnonno Luigi, marito di Matilde Caterini, padre del nonno Guido potrei mettere insieme poche notizie. Il nonno Guido era dell'1880, Luigi sarà stato del 1850. L'abito è formale, ma la giacca è tagliata in maniera strana. non guarda in macchina, ma penso fosse un artificio del fotografo per dare un senso artistico all'immagine. Anche a me, quando ancora si andava dal fotografo per le foto tessera, è capitato di incontrare chi chiedeva di mettere il viso di trequarti per dare movimento all'immagine. e valorizzare il profilo migliore.


Luigi Ferraro

Mio padre mi manda poche notizie essenziali. “Mio nonno, Maria Antimo Luigi noto Luigi, credo che sia stato il più brillante dei tre fratelli: era avvocato della Santa Sede, vicesindaco di Napoli e membro della Società Cattolica per gl'interessi di Napoli. allora ai Cattolici era vietata la vita politica se non a livello locale. Credo che sia morto nel '13, ma tuo fratello Guido può inviarti l'albero genealogico aggiornato anche con le date di nascite, matrimoni e morti che è stato possibile finora ricavare”.

Matilde Caterini, nonna di mio padre


Della madre del padre di mio padre, Matilde Caterini, sinceramente non ricordo una notizia. Nella foto avrà anche lei più di 60 anni. Ha un'aria serena e matronale. E uno sguardo dritto e diretto.

Matilde Caterini

Chiedo aiuto a mio padre. “La nonna Matilde Caterini non l'ho conosciuta, l'hanno solo i miei fratelli, ma erano piccolissimi. Aveva avuto otto figli, dei quali due (Fulvia e Gastone) morti infanti, uno mi pare di scarlattina. Doveva essere una donna di carattere molto forte come tutt'i Caterini, tra cui la sorella Cleonice, sposata a Eugenio Ferraro, che nella Prima Guerra Mondiale perse tre figli, ed uno fu ferito ed uno fu preso prigioniero. La sorella più grande sposò il padre di Enrico, Luigi ed Eugenio, Francesco di Paola detto Ciccio (che comprò il palazzo della Stella), quando questi rimase vedovo. Di questa sorella più grande ricordo solo il nomignolo, Zizià, che fu anche il nome della barca di mio padre che lei gli aveva regalata”.


sabato 4 gennaio 2014

Luise Rudolfine Wueste, la madre della madre di mio padre


Parto dalla bisnonna Rudolfine, la madre della madre di mio padre. La foto di Rudolfine penso che sia stata regalata a sua figlia Hilda e al marito Guido in occasione del loro matrimonio. Almeno così credo di capire dalla dedica. Deve quindi essere del '25. Mando una rapida mail a mio padre: “Se non ricordo male mi deve essere stato detto - ovviamente non so quando, ne' dove e nemmeno da chi - che era nata cent'anni prima di me. Doveva essere del 1860 o 1861. Nella foto doveva avere circa 65 anni.  Il viso è fresco e senza una ruga, mentre i capelli sono candidi. È strano perché il sorriso è forzato, ma gli occhi ridono in maniera spontanea. Doveva essere un buon momento. Le tragedie della grande guerra dovevano essere ormai alle spalle e ancora non si vedevano all'orizzonte quelle che sarebbero venture. Mi piacciono il suo sguardo chiaro e le sue magnifiche onde piatte. È vestita in maniera sobria ma sontuosa”.
Luise Rudolfine Wueste
 


Mio padre non si fa attendere. “Consultato l'Ahnenpass di cui ti darò copia, posso precisare che mia nonna (Luise) Rudolfine Wueste era nata all'Aja il 12.2.1861, che sposò Friedrich Johann Carl il 9.11.1879 a Baden bei Wien, e morì a Baden il 30.1.1930. Il nonno Friedrich era nato il 29.12.1849 a Vienna, e morì a Baden il 10.3.1919.
 
La nonna Rudolfine purtroppo fu sofferente di cuore per tutta la vita, tanto che morì "di subito" mentre passeggiava per Baden. Mia madre usava dire che questa era stato il solo grande dolore in quasi vent'anni d'intensa felicità familiare, fino alle tragedie dei miei fratelli nel '44, ed anche di mio padre con il suo parkinsonismo. Credo che questa malattia di cuore fu il motivo principale per il quale il marito Friedrich lasciò presto la KuK Marine, mentre il fratello Karl rimase in Cavalleria fino a diventare Generale (C'è una sua bella foto in alta montura nel mio studio). Poi mio zio Fritz e suo figlio Fritzl (fratello di Evi e Gucki e padre di Michi) furono tutt'e due in Cavalleria, il primo di complemento durante la Prima Guerra Mondiale, il secondo di carriera, decorato della Croce di Ferro di Prima Classe personalmente da Hitler durante la difesa di Berlino. Poi, dopo lo scatafascio, studiò giurisprudenza (me lo ricordo sotto esami quando ero loro ospite nel '52) e in seguito divenne assicuratore, credo con molto successo finanziario.
 
Tutt'e due le famiglie si allocarono a Baden, mio nonno Friedrich alla Christallniggasse e Karl alla Franzenstrasse, e la discendenza di quest'ultimo (Zio Carletto, Hofrat=Consigliere aulico=Prefetto come Zio Fritz, e le sorelle di cui ora non ricordo il nome), erano sempre indicati come i "cugini della Franzenstrasse". Della mia generazione ricordo i figli di Zio Carletto (ma ho conosciuto anche costui quando andai a Baden nel '52): Hans, che durante la guerra fece servizio come soldato tedesco anche a Napoli, e poi rimase gravemente ferito a una spalla; Carrie; e Peter, che venne in viaggio di nozze a Napoli mentre noi stavamo a Madonna dell'Arco. La moglie di Peter era chiamata affettuosamente Floh (Pulce), ed era ammalata di paralisi progressiva: però Peter, che era coetaneo e cuginetto preferito di Gucki, le è premorto (come del resto i suoi fratelli), e lei, nonostante tutto, è tuttora viva e vegeta, l'ho vista al raduno del Primo Agosto del 2010 da Michi alla Christallniggasse. Il figlio (credo unico) fa l'avvocato e c'era anche lui al raduno, con la moglie, una signora molto distinta”.


Album di famiglia

Valigie di foto e scatole di immagini ogni tanto sbucano da armadi poco frequentati. Più che dare un ordine vorrei mettere insieme un album di famiglia disordinato, ma che possa restare agli atti sulla rete. Mi piace soprattutto l’idea che sia pubblico e privato, che possa essere visto da tutti i pezzi di famiglia che sono in giro sulla terra. Ognuno può inserire un commento, se vuole, e può farlo nella propria lingua. Ormai con Google translator e compagni tutti possono sentirsi a casa anche con parole e suoni diversi. Conto sulla partecipazione di mio padre e di mia madre, nel senso che non possono tirarsi indietro e dirmi di no, ma spero nell’intervento di chiunque faccia parte o voglia far parte del circuito.

giovedì 23 dicembre 2010

Belzebù, Alina ed io

Mi trovo tra il Maestro e Margherita e quasi nemmeno me ne accorgo. Gli sms con Alina al solito tracciano la rotta. Le scrivo con una certa preoccupazione di fondo: “Mercoledì sono a Milano per incontro con grande inquisitore tuo caro amico. Sono un po’ allarmata. Che dici?” La risposta è beffarda: “What a terrible day you will have!!!” Replico subito: “Non scherzare. Ci ha anche invitati a colazione. In napoletano si dice ‘Quann'ò riavolo t'accarezza....vò ll'anema!’. E io non mi sento tanto bene. Provo a conservare un velo d’ironia. Giusto un velo”. Alina è olimpica: “Meravigliosa l’espressione napoletana! In ogni caso è molto simpatico...”. Ed io: “Come tutti i grandi inquisitori e i demoni di peso. Ma io seguo altri percorsi. Almeno dentro di me”.

Belzebù è il capo dei demoni, lo stratega, il malvagio. Dopo l’incontro a Milano scrivo ad Alina: “Autorevole, convincente, durissimo, intelligente, sincero, bugiardo, di parola, oscuro, affascinante, leader, forte, sicuro. Insomma è proprio Belzebù. Che dici?” E lei tranquilla: “Mi vedi vero che rido come una pazza?” Ribatto: ‘Magari ho un futuro come guitto. Mica facile far ridere. E poi giocando con il lato oscuro della forza è pure più difficile....perché ci vuole coraggio...” Una pausa di pochi minuti e la colpisco con un altro sms: “Ma dimmi che non pensi anche tu che lui corrisponde a quello scatto. Dico il tuo amico Belzebù. Eh?” Alina è laconica: “Per me è....Non lo so esprimere....” E io proseguo: “Guarda io sono di larghe vedute. Arrivo anche a capire che magari vuoi bene al tuo amico Belze”. E lei subito: “Diciamo che ho sempre pensato ‘è veramente una brava persona...’ che per Belze è un complimento mica male....”. Non resisto a questa provocazione: “Ecco tutto direi di lui tranne che è una brava persona, ossia l’uomo qualunque. Dai non raccontartela. Belze è Belze. Poi magari gli puoi anche voler bene. Ma non puoi negare la sua Belzetà. E smettila di ridere”. Alina non resiste: “Sono in una conference con degli sviluppatori che non si capacitano del perché oggi sia così ridanciana visto che di solito urlo...”.

Le riscrivo il giorno dopo. “Questa mattina prima persona incontrata Belze. Ora gli ho mandato una mail. Spero di non subire il lato oscuro della forza. Tu che dici?” Risponde subito:”Sono al convegno a cui ti avevo invitato, ma mi pare che tu sia stata rapita da Belzebù. Almeno ci scrivessi un bel post sul blog....”. Ribatto: “La tentazione è forte, ma il tempo poco. Teologicamente pone anche il problema dell’esistenza e della responsabilità di chi fa del male. Come dire, Belzebù non può non esistere, ma se è così toccherà che qualcuno si prenda la briga di esserlo. Insomma, qualcuno dovrà pure essere Belzebù, che si carica pure un bell’onere. Anche assodato questo, io preferirei evitare la consuetudine con il tuo amico”. Alla fine le dico: “Altra giornata di lavoro con Belze. È destino o una prova di quelle che spesso toccano a noi anacoreti? Tu capisci, vero?” Alina risponde:”Ma non è che alla fine ti fai conquistare da Belze!” Ed io: “Escluderei che noi anacoreti si possa fare una fine così misera”.

martedì 21 dicembre 2010

Alina. Sostenersi ad sms

“Come va?” Sparo l’sms ad Alina e lei risponde subito: “Abbastanza bene. Ma che mi vedi? Sto facendo vedere i tuoi post”. Ed io: “Dove scusa? E soprattutto qual è il tuo pubblico? Se hanno bisogno di un creativo femmina di mezz’età io sono qua”. Silenzio, Alina non risponde. E io insisto. So che lei non resiste ai miei sms. “Dai, sputa il rospo. Oggi ho scoperto con dolore che il blackberry ha cancellato tutti gli sms da metà settembre in poi. Sparite nostre splendide chiacchierate in cui ci sostenevamo a vicenda. Tu facevi anche credere di essere in linea con una blogger famosa. Per quanto un po’ fumosa”. Pochi minuti e vedo la sua risposta: “Un aspirante redattore....peccato per gli sms...un pezzo di storia”. Mi preoccupano sempre un po’ i nuovi arrivi nella ‘bottega’ di Alina. “Oh mamma. E questo dove l’avete recuperato? E io che speravo in un pool che avesse bisogno di una creativa. Tutto pronto per NY? Io fatto tutto per Gerusalemme” “Brava. Anch’io per New York...”. Ma voglio sapere di più: ”Chi è sto nuovo acquisto? Avete voglia di espandervi? Guarda che io non so in condizione de scrivere di più”. E lei: “No, espanderci mai...Curiosi di un master che ci ammirano e ti ammirano”. “Capito il genere. Tipo quelli che per qualunque cosa devono parlare con il Professore e poi mi chiedono consiglio sull’immagine da inserire in pagina, quando io magari devo chiudere un paio di crisi”. “Attenta...molto attenta...Sto mettendo a punto nuovi poteri”.


E questa è la manifestazione dei nuovi poteri. Insomma, sto lavorando per consolidare gli sms, trasformandoli da ‘parola parlata’ in ‘parola scritta’.


Gli sms sono un pezzo della nostra vita. Hanno infinite potenzialità. Puoi parlare di fatti privati in occasioni pubbliche e di cose di lavoro mentre segui la recita di tua figlia a scuola. Arrivano quando sei in riunione, al supermercato, in viaggio dall’altra parte del mondo, la domenica sera o alle cinque di mattina del lunedì, in bagno o dal medico. E puoi rispondere subito o no. Puoi scherzare con il collega dall’altra parte del tavolo mentre segui con aria seria una trattativa o chiedere chi è il nuovo arrivato alla riunione. Gianfranco mi scrive sempre: “Ho fatto un po’ di spesa (pane, latte e prosciutto)...”, perché detesta quando arriviamo tutti e due con il pane fresco dopo giorni in cui nessuno lo ha comprato. Mentre mia sorella mi chiede sempre: “Che fate nel week end?” Quelli con Alina sono sms di sostegno, lei dice: “La nostra nuova health therapy”. E hai detto niente....

martedì 14 settembre 2010

Tre ragazzi cinesi. A Londra

“Mi serve proprio un caricabatterie da utilizzare qui. Non riesco a guardare il Ds sapendo che non posso giocarci. È una tortura”. Londra fine aprile. Sono giorni che la piccola continua a lavorare sull’acquisto di un caricabatterie per il suo Nintendo Ds. Ha dimenticato il suo a casa a Roma e quell’aggeggio infernale su cui i ragazzini cominciano la propria vita di nativi tecnologici è senz’anima. Gianfranco, la piccola ed io camminiamo in centro, ai margini del quartiere cinese. “Va bene, dai, se lo troviamo lo compriamo”. Gianfranco dichiara la sua resa.


Londra chinatown

Londra a fine aprile è una meraviglia. È il lato bello del climate change. E non ti aspetteresti tanta luce e sole. Siamo qui perché la piccola si innamori di Londra, visto che dovrà comunque farci i conti nella vita. E la congiuntura è perfetta perché questo succeda, grazie anche agli scoiattoli di cui sono pieni i parchi, ad un paio di passeggiate su dinosauri e mammut al Natural History Museum, a due o tre negozi di giocattoli con più piani di ogni cosa che un bambino possa desiderare.

“Ecco guarda, lì forse riusciamo a trovare il caricabatterie”. Gianfranco indica la vetrina di un negozio cinese, che ha in un angolo inequivocabili immagini di pc, telefonini e altre diavolerie. Attraversiamo la strada con la piccola che è al settimo cielo. Entriamo. Il giovane dietro il banco dà l’idea che si occupi di tutto, ma non di quella sezione di mercanzia esposta sul vetro che ci ha catturato. Gli dico che cosa ci serve e lui ci indica una piccola scaletta stretta e ripida che sprofonda nelle viscere del palazzo. Scendiamo. La piccola stanza è stranamente vuota per un negozio cinese. Davanti a noi tre ragazzi di una ventina d’anni, ognuno con un pc davanti e una delle mani che fa corpo unico con il mouse. Si capisce che il pc è un prolungamento del corpo. Dietro di loro una porta aperta che dà su di una specie di retrobottega tecnologico.

Londra chinatown

Mi avvicino a quello seduto al centro, che ha i capelli di un bel improbabile rosso tiziano e una piccola cresta vagamente punk. Tiro fuori il Ds e gli chiedo con poche speranze un caricabatterie. Il ragazzo molla finalmente il mouse, prende il Ds e lo rigira tra le mani. Mi guarda, fa un piccolo cenno con la testa, si alza e senza dire una parola va nel retrobottega. Apre due o tre scatole di cartone, tira fuori cose strane. Poi dall’ultima prende un caricabatterie. È perfetto. Senza dire una parola, torna davanti al suo pc e mi restituisce il Ds insieme al carica batteria, dicendomi solo: “eight pounds“. Gli sorrido, tiro fuori le otto sterline, paghiamo e andiamo via.

Si capisce che avremmo potuto chiedergli di tutto: un programma taroccato o un attacco ad un sistema protetto. Sono tre professionisti della rete pronti a navigare in Occidente ed in Oriente. Invece noi gli abbiamo solo chiesto un caricabatteria per un Ds. E non si sono fatti sorprendere.