Centinaia di migliaia di contatti. Una potenza di fuoco notevole sulla rete. E non è un sito di moda, di shopping o di gossip, ma di storia. Il blog di Giovanni Fasanella a cura di Alice Avallone, www.lastorianascosta.com , è la prova che qui ed ora è in atto l’invasione degli ultrastorici. Insomma centinaia di migliaia di persone si occupano di storia. Insospettabile.
Poi quando un pensiero comincia a farsi strada si leggono cose che prima non si sarebbero nemmeno viste. Così, noto sulla prima pagina del Sole 24 Ore che la storia stravince in libreria. Nel 2006 sono stati pubblicati 61mila libri, di cui il 61% novità. A trainare la produzione sono state le ristampe (+7%) e i libri per ragazzi(+15%). Tra i generi più prodotti, dopo i romanzi e gli altri testi letterari moderni, i libri di storia, con 4.441 titoli. Ma chi l’avrebbe mai detto.
Ma forse i libri di storia e il blog di Giovanni Fasanella fanno parte di un unico grande capitolo. Quello per cui i padri nel bene e nel male pesano sui figli. E allora nasce spontanea la voglia e la necessità di farci i conti. Per restare a Giovanni Fasanella, il riferimento va a “Guido Rossa mio padre”, il suo libro-testimonianza su Sabina Rossa. Perché prima di essere un’insegnante, prima di diventare senatrice, Sabina è figlia di Guido Rossa, l’operaio comunista ucciso dalle BR.
Non c’è niente da fare i padri ricadono sui figli. Su Sabina Rossa come su Anna Negri, regista e figlia di Toni Negri. Se tuo padre è stato uno dei fondatori di Potere operaio e poi uno dei leader di Autonomia operaia, considerato la mente occulta del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, tu puoi fare la regista e avere un film in programmazione nelle sale ma continueranno chiederti soprattutto di lui. E allora nelle interviste per presentare il film “Riprendimi” alla fine del gioco arriva sempre la domanda “e suo padre?”, immediata la risposta di Anna Negri “spero un giorno si chieda a lui di me e non a me di lui” ed anche “non ho mai letto nulla di mio padre Toni Negri. Non voglio essere identificata con lui”.
Insomma l’invasione degli ultrastorici deve avere qualche connessione con questo bisogno di fare i conti con i padri. Gianfranco dice “scusa ma sui figli non ricadono anche le madri”? Certo, ma quella è un’altra storia. Almeno credo.
cronache da questo mondo - leggere la vita nella sua strabiliante eccentricità, unicità e meraviglia
martedì 22 aprile 2008
giovedì 17 aprile 2008
Fenomenologia della bruttezza libresca: teoria e tecniche non di massa per disfarsene - ossia cosa fare se un libro fa proprio schifo
Serge Brussolo: Peggy Sue e gli Invisibili. Comincio dal nome e cognome dell’autore, Serge Bruscolo appunto. E poi, per non lasciare nell’incertezza il lavoro a cui mi riferisco, scrivo anche il nome della serie, Peggy Sue e gli Invisibili. Devo dire veramente brutta. Una spessa patina di tristezza copre sapientemente tutto. Mezzucci e trovatine, che probabilmente divertono l’autore, tentano di dare un senso al vuoto siderale. Nessuna speranza. Scopiazzature qui e là di invenzioni geniali di altri – si capisce che l’obiettivo irraggiungibile è la grandezza della Rowling - non riescono ad alzare il tono. Insomma robaccia. E poi secondo me può fare anche un po’ male.
Avevo comprato della serie di Brussolo il libro Il giorno del cane blu. Mi ero fatta trarre in inganno perché avevo letto si era trattato di un caso letterario in Francia. Poi comincio a leggere mi trovo in una di quelle situazioni in cui pensi di aver diritto ad un risarcimento. In fondo investi tempo, sei disponibile a mettere a disposizione dell’autore la tua testa e il tuo cuore, per averne in cambio tutto quanto non vorresti. Insomma diciamo che mi sono trovata con un libro che fa proprio schifo.
Ognuno può avere le proprie preferenze, ma certo chi fa un certo uso del materiale libri prima o poi si trova tra le mani qualcosa di cui liberarsi. Perché certo la teoria, convalidata dalla pratica, prevede che capita un libro di cui doversi disfare. Ma come? Dove? In che modo?
Tosca propende per i cestoni. Tutto quello che non si vuole o non si può tenere si mette in dei cesti a disposizione degli amici di passaggio. Ovviamente ognuno non solo può ma deve portar via tutto quello che vuole. In realtà questa ipotesi non è collegata a libri brutti. Secondo la posizione di Tosca è possibile farsi accompagnare solo dai libri di cui non si può fare a meno. Quelli importanti, belli, compagni di vita. Tutti gli altri vanno nei cesti.
Poi c’è chi pensa che il macero è sempre una soluzione. Te ne liberi e rimetti in circolo la materia prima. Poi leggo in prima pagina sul Corriere della Sera che l’Unesco ha mandato al macero centomila libri. Certo la cosa non è passata sotto silenzio. E soprattutto mi è sembrata triste, con un vago senso di malvagità di fondo. Perché poi diciamolo liberarsi di un libro brutto non è poi così facile. Da una parte buttare, mandare al macero, non parliamo poi di bruciare libri ha un sapore vagamente malvagio, dall’altra se un libro ti fa schifo darlo ad altri non è certo una cosa proprio carina.
Forse la soluzione può essere inventare qualcosa utilizzando vecchi schemi. Così per esempio nel rito di passaggio da un anno ad un altro c’è spesso il liberarsi del passato, del brutto, del vecchio, di tutto ciò che non si vuole più. Mi ricordo incredibili capodanno a Napoli. Dalle finestre veniva giù di tutto: piatti, bicchieri, mobili vecchi. E così pure l’uso del fuoco non deve necessariamente richiamare oscuri scenari. Per esempio Pepe Carvalho, il detective galiziano residente a Barcellona figlio del prode Montalban, ha sempre utilizzato i libri per accendere il fuoco su cui preparare cibi succulenti. Insomma con un po’ di se e di ma forse una soluzione si trova.
La mia idea sarebbe di liberarsi dei libri che proprio fanno schifo – e che quindi è bene non regalare – utilizzandoli per qualcosa di veramente particolare. Al momento sono orientata per accenderci il camino la sera di capodanno, quando si tira una linea e si butta via tutto quello che è stato. Che cosa può esserci di meglio di trasformare un libro che fa schifo in uno strumento per attivare un rito di passaggio. E’ un’idea, lascio che maturi. Almeno fino al 31 dicembre.
mercoledì 9 aprile 2008
Un pianetino di un milione di anni, lo Zecchino d'oro patrimonio dell'umanità e la necessità di farsi dare una mano dalla fata Mailinda
“Un pianetino di un milione di anni, poco più grande del pallone di Gianni”. La rima con il suo motivetto di fondo mi martella in testa da sabato. Marco ha regalato alla piccola un cofanetto con il meglio dello Zecchino d’oro. Tre cd con tutto quello che si può immaginare. Le canzoncine di quando io ero piccola, che sono ancora molto gettonate, e i nuovi successi. E così ci sono 44 gatti e Volevo un gatto nero. Mi sorella cantava sempre Il valzer del moscerino. Me la ricordo come fosse ora ripetere “ullala, ullala, ulla la la, questo è il valzer che fa la, la, la” Ma poi anche nuovi successi: La mia bidella Candida, Le tagliatelle di nonna Pina, Il Catarì Cammello e via cantando.
La piccola adora il cd verde e quello blu. E soprattutto le piace sentirli e risentirli per ore. Perché pare che a tutti i bambini piaccia rifare la stessa cosa fino a che i genitori non sono molto vicini ad una crisi di nervi. E così sabato non so quante volte li abbiamo sentiti in macchina spostandoci da Roma alla campagna. “Un pianetino di un milione di anni, poco più grande del pallone di Gianni” mi accompagna da allora. E’ un refrain che ogni tanto mi parte in testa.
Poi scopro sul Corriere della Sera – dico Corriere della Sera e non Corrierino dei Piccoli – che l’Unesco ha dichiarato lo Zecchino d’oro patrimonio dell’umanità. E’ il primo programma televisivo ad aver ricevuto questo riconoscimento. Anche se alcuni dicono che in genere le qualifiche dell’Unesco dipendono anche da chi e come è strutturata la domanda. In ogni caso, di là dalle questioni sul processo di determinazione del patrimonio dell’umanità, qualcosa di fondo ci deve essere se io ancora ricordo tutte quelle canzoncine. Insomma anche se effettivamente dipendesse da chi e da come pone la questione patrimonio dell’umanità, per lo Zecchino d’oro non si può non avere un occhio di riguardo.
Mi sembra che non ci sono altre grandi esperienze di questo genere. Forse una in Giappone, che però è copiata dalla nostra. E poi chi se la può dimenticare la buona, vecchia Mariele Ventre, che insegnava a cantare ai ragazzini quando io ero piccola. E mi ricordo quanto mi ha colpito la statua che le ha dedicato il suo paese natale, Marsico Nuovo in Lucania.
“Un pianetino di un milione di anni, poco più grande del pallone di Gianni” continua a martellare. Forse le canzoncine erano più carine. Se vado avanti così tra un po’ comincerò a rimpiangere i bei tempi andati. Invece i libri per bambini di adesso mi sembrano più belli. E anche più divertenti. Mi piace tanto la serie De Agostini con il libro Maghi, draghi e cavalieri, quello Storie di mostri, e ancora Fiabe da ridere, Fiabe innamorate, e soprattutto Fate, principi e principesse. In questo libro la protagonista assoluta è una fata cicciotella, Mailinda, che gira sempre con uno zainetto con tutto quanto può servire. Mailinda riesce sempre a risolvere le situazioni più complesse. Devo trovare il modo per convocarla, devo liberarmi di “Un pianetino di un milione di anni, poco più grande del pallone di Gianni”.
giovedì 3 aprile 2008
Lucatortuga, prove tecniche di contatto con gli altri mondi
“Forse noi ce la possiamo fare, ma la generazione precedente no”. Gianfranco ha dalla sua la forza giurassica di chi non sa nemmeno mandare un sms. Sera, casa, facciamo il punto della giornata stesi ognuno sul proprio divano. Ed è assolutamente convinto che noi con un po’ di buona volontà riusciremo forse a trovare punti di contatto con gli altri mondi. Io secondo lui sono un pezzo avanti, perché almeno ci provo. E’ vero ce la metto tutta per capirci qualcosa e stabilire un contatto, ma certo la distanza a volta spaventa.
E qui entra in scena Lucatortuga (consigliamocisoftware.blogspot.com). Un po’ di mesi fa entro in Zzub, un social network che fa comunicazione con il passaparola. E scopro che non ci capisco niente della vita degli altri. Diciamo che per arrivare ad afferrare gli interessi di Lucatortuga devo quanto meno superare 16 scalini. Non perché non mi interessino. E’ che proprio non si capiscono.
Madamina il catalogo è questo: Informatica, OpenSource – tipo una marca di minerale - , Linux – nulla a che vedere con il fumetto -. Vado avanti, Ubuntu - sarà ‘na roba antropologica tipo bantù - , Apple – che non è la figlia di Gwyneth Paltrow - , Macos x – io conosco Malcom X, ma certo non si tratta di lui -, Windows, Programmazione, Python - ma non sarà quello di Harry Potter? -. E ancora CSS, Internet, Google, Blog, Web 2.0, Tecnologia, ZeroG, Scienza. Da Libri in poi si ragiona. Il problema sono i 16 interessi che vengono prima. Ma si potrà stabilire un contatto, parlare una lingua normale con gente così? Allora gli ho scritto, dicendogli che avevo questo spazio e volevo fare un pezzetto su di lui. All’inizio era un po’ preoccupato, perché di lui sulla rete c’è tutto. Di me no. Io potrei essere chiunque. Ma poi mi ha detto che sì, potevo farlo. Insomma Lucatortuga si è fidato, è disposto a partecipare anche rischiando. I suoi primi 16 interessi non si capiscono ma si riesce a intravedere parecchio dietro.
Gianfranco è convinto che noi ce la possiamo fare. Comincia a appassionarsi a queste mie prove tecniche di comunicazione. Così gli ho anche detto che ci dobbiamo un po’ impegnare, perché forse sono molte di più le cose che ci uniscono a quelli che vivono altri mondi rispetto a quelle che ci dividono. In questo senso una magnifica sorpresa è stato il libro Economia della Felicità di Luca De Biase. Splendido lavoro. Divulgazione di altissimo livello condita di sana passione. Crederci è la marcia in più che fa la differenza.
Poi stamattina trovo tra le mail della mia posta privata un messaggio del prode Lucatortuga. Dice: “Rimane valida l'offerta di lezioni di "Alchimia Binario-Digitale" presso la Scuola di "Magia e Stregoneria di Hogwarts" :-)”.
venerdì 28 marzo 2008
Smalto rosa fucsia e Queste oscure materie, ovvero l'infanzia finisce a sei anni e i libri per ragazzi sono solo per adulti
“Vorrei proprio sapere perché non posso mettere lo smalto. Molte delle mie amiche lo usano. E a me piace. Soprattutto quello rosa fucsia”. Ed io “Niente smalto fino a quattordici anni”. La negoziazione con mia figlia va avanti da tempo. Lei ha solo sei anni ed io vorrei evitare di mandarla in giro con i segni pesanti di una età che non è la sua. Insomma a un certo punto si deve essere in grado di dire no. Ma è dura, veramente. “E lo smalto trasparente? Quello almeno lo potrò usare?” Ed io “Per quello devi solo arrivare a dieci anni”. La negoziazione continua, con la forza implacabile di chi vuole fortemente qualcosa.
La difficoltà maggiore è che ormai l’infanzia finisce con la scuola materna. A sei anni si entra in prima elementare e si è già in una fase di preadolescenza. Tutto congiura perché sia così. La spinta è a crescere il prima possibile. Tutto congiura. Certo da che è mondo è mondo i bambini hanno sempre desiderato essere grandi e i grandi essere bambini. Ho ben presente quanto mi piacesse circolare in casa arrampicata sulle scarpe con i tacchi di mia madre. Solo che oggi la spinta è tale che quasi quasi devo io chiede in prestito a mia figlia un paio di scarpe con i tacchi per farci un giro.
Mia figlia ha i suoi prodotti per il trucco. Le sono stati regalati. Ma io ho stabilito che si possono usare solo in casa e mai fuori. Lei adora le magliette con la pancia in bella vista, che le sono consentite solo ogni tanto. Vede solo tv dedicata ai bambini, ma a sei anni tra Winx e Sleepover Club la media degli anni di chi è dall’altra parte dello schermo è intorno ai diciassette anni. Insomma è una preadolescente. E io ne sono cosciente.
E allora cosa fare per raccontarle anche altri mondi, per non farla invecchiare tra rossetti e miti disgraziati? Be’ uno ci prova con tutto quello che ha a disposizione. Che ne so’ musica, per esempio, per aprirle il cuore e la testa. E poi sport, perché è divertente e formativo. E poi ovviamente libri. A vagonate. Storie, fumetti, Geronimo Stilton e la Bella Addormentata, fiabe da paura e da ridere, filastrocche e Mamma Oca. Che uno dice è facile, compri libri per ragazzi e ti sei tolto il problema. Nemmeno per sogno, anche qui il terreno è minato.
Un esempio per tutti. La trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman è veramente magnifica ma certo non la farei leggere ad un ragazzino. Ci vuole gente adulta per gestire storie come quella di Lyra il cui padre decide di combattere l’Autorità, ossia Dio, per scalzarlo dalla storia del mondo. Insomma non è proprio roba da gestire con la mano sinistra. E allora che si fa? Io non ho trovato una soluzione migliore di scegliere caso per caso. Mi sono buttata sulla narrativa per l’infanzia. E devo dire che mi piace davvero. Insomma leggo libri per bambini, mentre mia figlia sfoglia una rivista.
La difficoltà maggiore è che ormai l’infanzia finisce con la scuola materna. A sei anni si entra in prima elementare e si è già in una fase di preadolescenza. Tutto congiura perché sia così. La spinta è a crescere il prima possibile. Tutto congiura. Certo da che è mondo è mondo i bambini hanno sempre desiderato essere grandi e i grandi essere bambini. Ho ben presente quanto mi piacesse circolare in casa arrampicata sulle scarpe con i tacchi di mia madre. Solo che oggi la spinta è tale che quasi quasi devo io chiede in prestito a mia figlia un paio di scarpe con i tacchi per farci un giro.
Mia figlia ha i suoi prodotti per il trucco. Le sono stati regalati. Ma io ho stabilito che si possono usare solo in casa e mai fuori. Lei adora le magliette con la pancia in bella vista, che le sono consentite solo ogni tanto. Vede solo tv dedicata ai bambini, ma a sei anni tra Winx e Sleepover Club la media degli anni di chi è dall’altra parte dello schermo è intorno ai diciassette anni. Insomma è una preadolescente. E io ne sono cosciente.
E allora cosa fare per raccontarle anche altri mondi, per non farla invecchiare tra rossetti e miti disgraziati? Be’ uno ci prova con tutto quello che ha a disposizione. Che ne so’ musica, per esempio, per aprirle il cuore e la testa. E poi sport, perché è divertente e formativo. E poi ovviamente libri. A vagonate. Storie, fumetti, Geronimo Stilton e la Bella Addormentata, fiabe da paura e da ridere, filastrocche e Mamma Oca. Che uno dice è facile, compri libri per ragazzi e ti sei tolto il problema. Nemmeno per sogno, anche qui il terreno è minato.
Un esempio per tutti. La trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman è veramente magnifica ma certo non la farei leggere ad un ragazzino. Ci vuole gente adulta per gestire storie come quella di Lyra il cui padre decide di combattere l’Autorità, ossia Dio, per scalzarlo dalla storia del mondo. Insomma non è proprio roba da gestire con la mano sinistra. E allora che si fa? Io non ho trovato una soluzione migliore di scegliere caso per caso. Mi sono buttata sulla narrativa per l’infanzia. E devo dire che mi piace davvero. Insomma leggo libri per bambini, mentre mia figlia sfoglia una rivista.
mercoledì 19 marzo 2008
Ragazzi per sempre - Fenomenologia dell'età costituzionale
“POSSIBILI NUOVE SFIDE”! La firma è Papà. Poi di seguito una mail che dice: “Mi farò vedere senza meno, però ora sono in partenza per Ginevra, dove dovrò trattenermi per un paio di settimane. Mai fatto jazz, ma la sfida mi piace!” In poche parole mio padre la scorsa settimana mi ha fatto sapere di essersi trovato un ingaggio in un laboratorio jazz. E non è un musicista. Il messaggio di autocandidatura dice “Gentile Maestro, ho letto il ‘bando di arruolamento’ esposto nella facoltà di lettere e filosofia di Tor Vergata, presso la quale frequento il corso di perfezionamento in "modelli e categorie della filosofia contemporanea". Sono un ufficiale di Marina in congedo di 73 anni, in buona forma fisica e mentale. Da alcuni anni suono il flicorno basso in SI bem. in una banda tradizionali. Sono, sostanzialmente, un autodidatta: ma conosco un po' di grammatica musicale, e leggo correttamente le partiture per il mio strumento, invero di solito non troppo complicate, sempre in chiave di basso, anche se ho qualche difficoltà alla prima lettura all'impronto. Non mi sono mai cimentato nell'improvvisazione, essendomi essa quasi ‘vietata’. Non so quali siano i progetti del complesso che Lei, meritoriamente, sta organizzando, e temo sinceramente che io non sia in alcun modo utilizzabile: però ritengo doveroso pormi a Sua disposizione”. La risposta che ha ricevuto è stata “Sa che i gruppi del Laboratorio Jazz della Facoltà di Lettere lavorano con me in Auditorium il sabato mattina, dalle 10 alle 13? Perché, se le va, non fa un salto a trovarci?”
Insomma mio padre si è trovato un nuovo ingaggio. Ma questo solo per spiegare per fatti concludenti che mio padre ha 20 anni. E mia madre 25, perché si sa le donne crescono prima. Sulla loro carta d’identità c’è scritto che sono nati nel 1934. Insomma hanno più di 70 anni. Ma questa è un’altra cosa. E’ la loro età anagrafica, che non ha nulla a che fare con l’età costituzionale. Io da questo punto di vista ho 30 – 35 anni. Non uno di più, anche se ho passato i 40.
Questa dell’età costituzionale è un’idea che mi frullava da tempo in testa. Avrebbe messo d’accordo l’incredibile forza di tanti ottuagenari e i loro passaporti. Avrebbe spiegato il “cosa farò domani”, che sento raccontare da chi ha ben più di 70 anni fa progetti e li realizza. Avrebbe dato anche una ragione alla bassa capacità di immaginare e costruire il futuro di tanti 30enni.
Non volevo essere autoreferenziale sul tema, ma nemmeno confrontarmi con chi mi avrebbe messo tra le fila di quelli sui generis e basta. Allora ho parlato con Alina, che al contrario del nome da ragazzina ingenua è una tipa tosta e fa l’antropologa. Con un minimo di tatto le ho detto della mia idea dell’età costituzionale. E lei, che comunque si accompagna a uno psichiatra, ci ha pensato un attimo prima di rispondere che sì, anche secondo lei esiste un’età costituzionale. La differenza in queste cose la fa lo stare decisis della common low, insomma quanto si è brevi a trovare il precedente. Quello che conta è la capacità di analizzare brevemente le proprie esperienze di vita per tirare fuori dal cappello il caso concreto che ti dice come stanno le cose. E Alina tranquilla ha detto “E’ vero, mi ricordo quando ho intervistato un bel po’ di ragazzi della grande guerra per la mia tesi di laurea. Molti erano rimasti giovani, nonostante i 70 e più anni all’anagrafe. Sì penso tu abbia ragione, la spiegazione può essere nell’età costituzionale”.
E allora vuol dire che oltre a quanto riportato sul proprio documento di identità, ci sono altre due età. Certamente l’età biologica. Quella che fa dire a Ciriaco De Mita di non avere più di 65 anni e al medico di Silvio Berlusconi che il suo paziente è nella categoria dei 50enni. In quest’ultimo caso sono tentata di mettere anche la tesi di Luciana Litizzetto che riconosce a Berlusconi 12 anni di età biologica. Il miglior complimento si possa fare. E poi c’è quella costituzionale. Per cui mio padre ha 20 anni, mia madre 25 ed io 30 – 35.
giovedì 13 marzo 2008
Gente di Sardegna
"Devi assolutamente leggerlo, è l'ultimo libro di Giorgio Todde, lui è il migliore". Marisa è la segretaria di direzione un noto manager. E' una signora borghese ed elegante. Gioielli, profumo e un velo di cipria completano il quadro. Ed è sarda. Sapeva che mi era molto piaciuto Salvatore Niffoi, ma secondo lei Todde è un'altra cosa. E allora mi ha regalato avvolto in un impeccabile pacchetto 'L'estremo delle cose', il suo ultimo romanzo. Comincio a leggere e l'impatto è forte. Per cominciare il protagonista, Efisio Marini, è un medico imbalsamatore cui nelle prime pagine viene chiesto di prestare la sua opera su di una bambina di quattro anni. Insomma è un noir tosto, profondo, impegnativo anche perché tocca corde primigenie di emozione. "Marisa ma è è un noir". E lei tranquilla "E' bellissimo vero, pensa che Efisio Marini è veramente esistito", che diciamo non aiuta nel rendere la cosa più accettabile. Avevamo già parlato di storie di Sardegna. Marisa mi aveva detto "Sai una storia bellissima. Lei resta vedova, le ammazzano il marito. Allora lo lava bene bene come si fa con il maiale ucciso. Poi solo dopo aver fatto tutto comincia la vendetta". Ovviamente ho sorvolato sul "tutto" da fare tra il momento in cui ti ammazzano il marito e quello in cui si può partire con la vendetta. Certo Uma Thurman di Kill Bill ha parecchio da imparare.
Eppure io non sono Biancaneve. Chi come me è nato negli anni '60 ha fatto cose inaccettabili ora. Così da bambina ricordo che a Carnevale si mangiava un budino di cioccolato, il sanguinaccio, fatto con il sangue vero. Oppure ho visto uccidere polli e piccioni con un semplice coltello. Insomma diciamo che sono pronta a considerare normali cose che i bambini di oggi di città non vedono. Eppure la forza ancestrale della gente di Sardegna mi sorprende.
Ora sto leggendo 'Ali di babbo' di Milena Agus e il sabato faccio la spesa al mercato anche da un ambulante senza banco fisso - come dire senza fissa dimora - che porta in giro caci, salsicce, verdicchi e ogni genere di mer a viglia di Sardegna. Non ha il banco fisso ma ha i biglietti da visita in sardo, dove tra l'altro si legge "Tastaiddu a custu binu cun amori e devozioni: e' de is mellus saborius de sa nostra collezioni totus nobilis po nominie po gustu e gradazioni!"
E' l'effervescenza antropologica della gente di Sardegna. Sotto una patina di normalità è nascosta una vena ancor ben visibile di pulsioni ancestrali. Non manca una traccia di magia e di forza primordiale. Insomma sono strani e diversi nel senso migliore del termine. Da difendere, vista l'omologazione imperante.
Eppure io non sono Biancaneve. Chi come me è nato negli anni '60 ha fatto cose inaccettabili ora. Così da bambina ricordo che a Carnevale si mangiava un budino di cioccolato, il sanguinaccio, fatto con il sangue vero. Oppure ho visto uccidere polli e piccioni con un semplice coltello. Insomma diciamo che sono pronta a considerare normali cose che i bambini di oggi di città non vedono. Eppure la forza ancestrale della gente di Sardegna mi sorprende.
Ora sto leggendo 'Ali di babbo' di Milena Agus e il sabato faccio la spesa al mercato anche da un ambulante senza banco fisso - come dire senza fissa dimora - che porta in giro caci, salsicce, verdicchi e ogni genere di mer a viglia di Sardegna. Non ha il banco fisso ma ha i biglietti da visita in sardo, dove tra l'altro si legge "Tastaiddu a custu binu cun amori e devozioni: e' de is mellus saborius de sa nostra collezioni totus nobilis po nominie po gustu e gradazioni!"
E' l'effervescenza antropologica della gente di Sardegna. Sotto una patina di normalità è nascosta una vena ancor ben visibile di pulsioni ancestrali. Non manca una traccia di magia e di forza primordiale. Insomma sono strani e diversi nel senso migliore del termine. Da difendere, vista l'omologazione imperante.
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