“Passo Stanhope 2100”. Che non è una formula iniziatica ma un sms di Norma. La traduzione è: “Visto che sei a Bruxelles, passo a prenderti al tuo albergo, lo Stanhope, alle ore 21.00, così ceniamo insieme”. C’è chi scrive sms perfetti, contratti nel modo giusto, e chi continua a pensare che l’italiano è l’italiano e tutto vada comunque scritto secondo le regole. Quando parlo di questa seconda categoria penso a Gianfranco, che in realtà non sa, non vuole e comunque non scrive sms. Ogni tanto ti chiede di scriverne uno per lui e ci mette tutto: articoli, preposizioni, avverbi, due punti, virgole, punti e virgola. In ogni caso tra i due estremi – gli smsisti perfetti e quelli che non riescono a contrarre – c’è un’infinita gamma di sfumature. Norma ha una categoria sua propria. Quando ti manda le sue abbreviazioni è un messaggio criptato solo per te. Ed è divertente leggere i suoi sms anche per le parti più lunghe. Perché per esempio 2100 e non 9, quattro cifre invece di una?
Comunque sia sono a Bruxelles e vado a cena con Norma. Lei passa in albergo e viene su in camera per vedere la bellissima suite dove sono sistemata. Puro caso per me e necessità per l’albergo. Mi sono fatta cambiare stanza perché puzzava di fumo stantio e, visto che non avevano altro, mi hanno piazzato in una suite principesca. Norma ama gli alberghi di livello e le belle suite. Di qui la verifica della mia sistemazione. Andiamo a cena al Belga Queen. Ristorante pieno e necessità di riempire un po’ di tempo. “Vieni a vedere lo spazio disco che hanno al piano di sotto”. Scendiamo, passiamo una porta corazzata, dentro tavolini, poltrone e luci basse. “Si capisce, vero? Era una banca. Nel caveau hanno organizzato la discoteca”. Risaliamo e andiamo alla toilette, perché Norma mi dice che “la toilette del Belga Queen è da non perdere”. Entro ed è tutto di vetro, nemmeno opaco. “Ma scusa, il bagno è con tutti cristalli trasparenti, ma che intimità c’è?” Ma Norma è pronta a mostrarmi la magia del gabinetto del Belga Queen. Entra e nel momento in cui gira la chiave tutti i vetri diventano lattiginosi, proteggendo la privacy di chi è dentro. “Beh, carino” dico io. E Norma dall’altra parte del vetro “E’ di Philippe Starck, come quella specie di lungo tavolo di marmo che è il lavandino”. Ma può essere che Starck abbia disegnato di tutto, anche i gabinetti trasparenti che diventano opachi? Poi magari si faranno le guide, qualcosa tipo “Toilette d’Europa”.
Due gironi dopo sono a Nizza. Settembre ma con un clima da estate ancora piena. Sono all’hotel Splendid. Arrivo in albergo e devo lasciare i bagagli all’ingresso, non ho il tempo per andare in camera. E così chiedo della toilette. Mi indicano quella vicino alla reception. Entro e le luci si accendono al mio arrivo, lucette piccole incastonate ai lati del grande specchio sul lavandino. E’ tutto di legno, pietre levigate ed acciaio. Bello l’effetto lucido – opaco. Insomma una magnifica toilette, comoda senza essere troppo elegante per sentircisi bene dentro. E’ la cosa migliore dell’hotel. Perché l’albergo è carino ma deve avere avuto giorni migliori. Un intero palazzo con piscina all’ultimo piano. Ma è tutto un po’ da sistemare. Per esempio la mia camera è bella, con balcone e aria condizionata, ma almeno un paio di cose andrebbero rifatte. Continuo a premere il pulsante per aprire una delle due serrande automatiche. Niente, non funziona, e resto quasi al buio mentre fuori la luce è abbagliante. E la vasca da bagno è tutta scrostata. Anche la piscina all’ultimo piano ha un’aria da vorrei ma non posso.
La toilette dell’hotel Villa d’Este a Cernobbio è in realtà un luogo d’incontro dove fare il punto. Al piano seminterrato due grandi sale con specchi, piccoli camerini gabinetto, asciugamani di stoffa, e l’atmosfera giusta per far finta di darsi la cipria mentre si analizza la situazione da sole o in compagnia. Senti discorsi di tutti i tipi, ma certo anche andare al bagno diventa un po’ lavoro.
Resta da definire il libro da lasciare alla toilette di casa propria. Una cosa carina, con una bella trama netta. Mi è molto piaciuto “La bastada di Istambul” di Elif Shafak. I turchi e gli armeni, il passato e il presente, una trama tramosa. Così se lo lasci per un po’ non è un problema quando lo riprendi. E poi chi ha detto che si devono leggere solo libri che vendono poco e magari fai fatica a portare avanti?
cronache da questo mondo - leggere la vita nella sua strabiliante eccentricità, unicità e meraviglia
domenica 12 ottobre 2008
lunedì 6 ottobre 2008
Cernobbio. Incontri e scambi lungo il lago sotto il cielo di settembre.
“Ma l’hai vista com’è vestita”. Ed io “Sai le americane hanno ancora il coraggio di vestirsi di rosa, mettono farfalline tra i capelli e riescono ad avere la forza evocativa degli anni ‘50”. Il mio interlocutore è stanco “Io me ne vado, non vedo l’ora di togliermi le scarpe. Ora qui cambia del tutto l’atmosfera. La cena di gala, i fuochi d’artificio e tutto il resto non sono per me”. Io invece resto. Voglio vederlo fino in fondo l’happening. E’ la tre giorni Ambrosetti, che riunisce dopo la pausa estiva quelli che contano e quelli che vorrebbero contare a Villa d’Este a Cernobbio. E’ un grande palcoscenico di incontri e di scambi. Meglio è l’appuntamento di tanti mercati. E lungo il lago sotto il cielo di inizio settembre vedi all’opera al meglio mercanti di idee, di scenari, di presente e futuro, di immagine, di politica, di economia e di molto altro.
Le cose cambiano. Mai come quest’anno le donne cominciano davvero ad apparire in posizioni diverse. C’è la signora sindaco tosta e la leader delle imprese. Poi certo ci sono anche le americane vestite di rosa e quelle che per il galà si mettono carine e molto scollate. Al solito la vita ti sorprende. Quelli che pensavi fossero seri e un po’ tristi sono invece simpatici e divertenti. Qualche uomo politico arriva con la fidanzata e diventa vittima e vedette per il dato sentimentale. Che poi in fondo sarebbe l’unico su cui si dovrebbe sospendere il giudizio e farsi gli affari propri. Lo scenario è da favola. Villa d’Este un incanto, una casa principesca tra prati e giardini curatissimi. Bella la piscina coperta, splendida quella scoperta, una penisola agganciata alla riva con l’acqua più blu rispetto al tono più cupo del lago.
Il vice presidente americano, Dick Cheney, arriva con una scorta da parata. I più vecchi fra i frequentatori raccontano a cadenza periodica ravvicinata dei bei tempi andati, quando arrivava in elicottero l’Avvocato. Certo la tre giorni è un prodotto dell’ingegno. Duecento persone o poche di più – gli ospiti di serie A – pagano 10mila euro per stare tre giorni in una stanza e sentire gli interventi più diversi. Poi ci sono contatti, relazioni, scambi, incontri. La genialità è nel vendere ad ognuno ciò che vuole e rendere la cosa esclusiva e d’elite. Poi ci sono gli ospiti di molti altri livelli e tutto il contorno.
Avevo pensato molto a che libro portare con me, perché in fondo un libro è un amico che ti può dare una mano a staccarti dalla realtà in queste full immersion totalizzanti. Una specie di smaterializzatore che ti scaraventa da un’altra parte. La scelta era caduta su “Una nuova terra” – “Unaccustomed Earth” – di Jhumpa Lahiri. L’India e gli States connessi dal filo rosso di gente che lascia la propria terra e ne trova un’altra. Molte le ragioni della scelta. Lei è bellissima e fascinosa nella foto in terza di copertina. In più gli indiani non mi avevano mai deluso. Terza ragione: da 3 o 4 anni diventa sempre più forte la voglia di mettere piede in India. E poi avevo letto molto del libro. Per gli americani un successo.
La mia scelta non è stata felice. Buoni gli spunti e la partenza, ma poi qualcosa si perde sempre per strada. O non mi raggiunge. Non c’è mai un colpo d’ala, una sorpresa, un affondo, uno stravolgimento. Anche la storia più strutturata – quella che a un certo punto fa tappa a Roma – si potrebbe non raccontare. O meglio è come se non fosse stata raccontata. E non ti sorprende. Mai.
Le cose cambiano. Mai come quest’anno le donne cominciano davvero ad apparire in posizioni diverse. C’è la signora sindaco tosta e la leader delle imprese. Poi certo ci sono anche le americane vestite di rosa e quelle che per il galà si mettono carine e molto scollate. Al solito la vita ti sorprende. Quelli che pensavi fossero seri e un po’ tristi sono invece simpatici e divertenti. Qualche uomo politico arriva con la fidanzata e diventa vittima e vedette per il dato sentimentale. Che poi in fondo sarebbe l’unico su cui si dovrebbe sospendere il giudizio e farsi gli affari propri. Lo scenario è da favola. Villa d’Este un incanto, una casa principesca tra prati e giardini curatissimi. Bella la piscina coperta, splendida quella scoperta, una penisola agganciata alla riva con l’acqua più blu rispetto al tono più cupo del lago.
Il vice presidente americano, Dick Cheney, arriva con una scorta da parata. I più vecchi fra i frequentatori raccontano a cadenza periodica ravvicinata dei bei tempi andati, quando arrivava in elicottero l’Avvocato. Certo la tre giorni è un prodotto dell’ingegno. Duecento persone o poche di più – gli ospiti di serie A – pagano 10mila euro per stare tre giorni in una stanza e sentire gli interventi più diversi. Poi ci sono contatti, relazioni, scambi, incontri. La genialità è nel vendere ad ognuno ciò che vuole e rendere la cosa esclusiva e d’elite. Poi ci sono gli ospiti di molti altri livelli e tutto il contorno.
Avevo pensato molto a che libro portare con me, perché in fondo un libro è un amico che ti può dare una mano a staccarti dalla realtà in queste full immersion totalizzanti. Una specie di smaterializzatore che ti scaraventa da un’altra parte. La scelta era caduta su “Una nuova terra” – “Unaccustomed Earth” – di Jhumpa Lahiri. L’India e gli States connessi dal filo rosso di gente che lascia la propria terra e ne trova un’altra. Molte le ragioni della scelta. Lei è bellissima e fascinosa nella foto in terza di copertina. In più gli indiani non mi avevano mai deluso. Terza ragione: da 3 o 4 anni diventa sempre più forte la voglia di mettere piede in India. E poi avevo letto molto del libro. Per gli americani un successo.
La mia scelta non è stata felice. Buoni gli spunti e la partenza, ma poi qualcosa si perde sempre per strada. O non mi raggiunge. Non c’è mai un colpo d’ala, una sorpresa, un affondo, uno stravolgimento. Anche la storia più strutturata – quella che a un certo punto fa tappa a Roma – si potrebbe non raccontare. O meglio è come se non fosse stata raccontata. E non ti sorprende. Mai.
sabato 30 agosto 2008
Arafat in 20 metri quadri. Tarek è a pranzo da noi.
“Sai la stanza non era più grande di questa cucina, 20 metri quadri. Forse più piccola. Un letto, un armadio, le sue cose, un vestito scuro stirato. Poi ho visto la sua kefia. Come può commuoverti una piccola cosa…più di una fotografia…più di una storia…”. Tarek racconta e racconta. Mangiamo in cucina pasta al pesto fatta al volo da Gianfranco. E’ tanto che non ci vediamo. Ha passato molto tempo in Palestina nell’ultimo anno. “Mi hanno fatto entrare per amicizia. Arafat significa tanto. Era la stanza dove alla fine viveva. Povera, scarna e anche piccola. E lui stava lì”.
Il filo del suo discorso collega momenti e luoghi diversi. “E poi sono stato a Gerusalemme. Il Santo Sepolcro. Sapete la storia delle chiavi? Sono da secoli custodite da due famiglie mussulmane neutrali. Si dice che abbiano avuto l’incarico dal Saladino. Ogni sera si chiude e ogni mattina si riapre. Io con voi mi sarei fatto chiudere dentro per passare la notte lì”.
Tarek è più occidentale di me. Resta un ingegnere, anche se ormai è soprattutto un direttore della fotografia. E poi è tunisino, quindi francofono, con una logica cartesiana che guida la connessione dei suoi tasselli. Ma è anche un uomo arabo. C’è in lui questo parlare e raccontare e attardarsi sulle cose e emozionarsi e commuoversi e arrabbiarsi e riprendere un altro filo e ricominciare.
Tarek è metropolitano come pochi. Vivere in un piccolo centro pensa che in fondo sia sempre temporaneo. Non si può che tornare in un ambiente naturale, ossia una metropoli. Secondo lui è normale vivere solo in una grande città, possibilmente in centro. Ma mi ricordo il paese da cui veniva la sua famiglia. Struggente, non lontano dal mare, in una campagna tunisina arcaica e verde quando ci misi piede io. E lo zio anziano, pater familias nella casa antica. E la vecchia zia rimasta al paese vestita in abiti tradizionali con tutti i gioielli indosso – “Li ho sempre usati tutti i giorni per fare tutto” – che copriva il televisore con una coperta per proteggerlo. Guardando i gioielli della zia e il loro uso quotidiano avevo finalmente capito che le cose preziose andavano usate sempre per tradizione. Le strade dei bazar dedicate ai bracciali d’oro sono il luogo dove comprare una forma di protezione. Perché ti sposi, ti regalano tanti cerchi d’oro, che puoi senza problemi portare addosso. Se succede qualcosa puoi fuggire con tutti i tuoi beni, che possono comunque tornarti utili.
Tarek è Voltaire e un pezzetto di Mille e una notte. E poi a un certo punto si arriva in qualche modo a parlare anche d'amore. E mi torna in mente “Il lato oscuro dell’amore” di Rafik Shami, siriano di Damasco ma ormai anche tedesco. Shami si è laureato in chimica ad Heidelberg e dagli anni ’70 vive in esilio in Germania.
Il filo del suo discorso collega momenti e luoghi diversi. “E poi sono stato a Gerusalemme. Il Santo Sepolcro. Sapete la storia delle chiavi? Sono da secoli custodite da due famiglie mussulmane neutrali. Si dice che abbiano avuto l’incarico dal Saladino. Ogni sera si chiude e ogni mattina si riapre. Io con voi mi sarei fatto chiudere dentro per passare la notte lì”.
Tarek è più occidentale di me. Resta un ingegnere, anche se ormai è soprattutto un direttore della fotografia. E poi è tunisino, quindi francofono, con una logica cartesiana che guida la connessione dei suoi tasselli. Ma è anche un uomo arabo. C’è in lui questo parlare e raccontare e attardarsi sulle cose e emozionarsi e commuoversi e arrabbiarsi e riprendere un altro filo e ricominciare.
Tarek è metropolitano come pochi. Vivere in un piccolo centro pensa che in fondo sia sempre temporaneo. Non si può che tornare in un ambiente naturale, ossia una metropoli. Secondo lui è normale vivere solo in una grande città, possibilmente in centro. Ma mi ricordo il paese da cui veniva la sua famiglia. Struggente, non lontano dal mare, in una campagna tunisina arcaica e verde quando ci misi piede io. E lo zio anziano, pater familias nella casa antica. E la vecchia zia rimasta al paese vestita in abiti tradizionali con tutti i gioielli indosso – “Li ho sempre usati tutti i giorni per fare tutto” – che copriva il televisore con una coperta per proteggerlo. Guardando i gioielli della zia e il loro uso quotidiano avevo finalmente capito che le cose preziose andavano usate sempre per tradizione. Le strade dei bazar dedicate ai bracciali d’oro sono il luogo dove comprare una forma di protezione. Perché ti sposi, ti regalano tanti cerchi d’oro, che puoi senza problemi portare addosso. Se succede qualcosa puoi fuggire con tutti i tuoi beni, che possono comunque tornarti utili.
Tarek è Voltaire e un pezzetto di Mille e una notte. E poi a un certo punto si arriva in qualche modo a parlare anche d'amore. E mi torna in mente “Il lato oscuro dell’amore” di Rafik Shami, siriano di Damasco ma ormai anche tedesco. Shami si è laureato in chimica ad Heidelberg e dagli anni ’70 vive in esilio in Germania.
giovedì 28 agosto 2008
Dissonanze all’enoteca Pinchiorri. E anche l’eccellenza può diventare simpatica.
Sì, vado alla toilette. Perché come fai a essere in un posto così e a non andare a vedere come sono i bagni. E allora vado. Il bagno delle signore è perfetto come ci si aspetterebbe. Saponi, asciugamani, specchi. Poi mi guardo intorno e lo vedo. Sotto una testa di cavallo di vetro/cristallo spicca in tutta la sua umana dissonanza un centrino tondo lavorato all’uncinetto. Ora non so che rapporti abbiate voi con i centrini, ma i miei sono pessimi. Preferisco educatamente astenermi dall’esprimere la mia vera opinione su questi oggetti. E’ la prova del nove. L’enoteca Pinchiorri mi piace proprio. Perché certo si mangia divinamente e si beve meglio. Poi, quando meno te l’aspetti, cade il sipario e il luogo dell’eccellenza diventa molto umano, con qualcosa di discutibile che rende simpatica anche l’eccellenza. E’ il centrino tondo in bagno sotto la testa di cavallo.
Stesso discorso per le ciabatte da casa di quella grande artista della chef Annie Feolde. Le donne cucinano a casa e i grandi chef in genere sono uomini, ma all’enoteca Pinchiorri chi detta legge è una soave signora che si capisce nasconde sotto il suo vezzoso accento francese la capacità di comando di un generale di corpo d’armata. La cena era di rango e dunque la signora fece un’uscita di rito. Saluti e frasi convenzionali. Fresca di parrucchiere – con una vaga nota tacheriana nell’acconciatura – vestita con semplice eleganza, la signora generale di corpo d’armata ha raccontato la sua battaglia. Ad un certo punto perse le stelle Michelin. Ha impiegato anni per riconquistarle, ma ce l’ha fatta. Poi la guardo bene, dalla testa ai piedi e dei piedi alla testa e vedo le ciabatte. Non comode scarpe da casa, ma ciabatte-ciabatte da massaia per combattere meglio la battaglia delle stelle Michelin. E come fai a non perdere la testa se hai anche mangiato benissimo e bevuto magnificamente?
Mi torna in testa “Il talismano della felicità” di Ada Boni. Perché è un ricettario. Perché si parla tanto di economia della felicità, di ricerca della felicità e allora è più che giusto declinare il tema a tavola. Infine perché anche Concetta – la tata che circolava a casa di mia nonna – lo comprava e lo regalava quando si sposavano le mie zie giovani. Non credo abbia mai comprato altri libri nella sua vita. Il messaggio era più o meno: “E’ bene che in casa ci sia un modo per cucinare qualcosa di proprio molto buono, almeno ogni tanto”.
Stesso discorso per le ciabatte da casa di quella grande artista della chef Annie Feolde. Le donne cucinano a casa e i grandi chef in genere sono uomini, ma all’enoteca Pinchiorri chi detta legge è una soave signora che si capisce nasconde sotto il suo vezzoso accento francese la capacità di comando di un generale di corpo d’armata. La cena era di rango e dunque la signora fece un’uscita di rito. Saluti e frasi convenzionali. Fresca di parrucchiere – con una vaga nota tacheriana nell’acconciatura – vestita con semplice eleganza, la signora generale di corpo d’armata ha raccontato la sua battaglia. Ad un certo punto perse le stelle Michelin. Ha impiegato anni per riconquistarle, ma ce l’ha fatta. Poi la guardo bene, dalla testa ai piedi e dei piedi alla testa e vedo le ciabatte. Non comode scarpe da casa, ma ciabatte-ciabatte da massaia per combattere meglio la battaglia delle stelle Michelin. E come fai a non perdere la testa se hai anche mangiato benissimo e bevuto magnificamente?
Mi torna in testa “Il talismano della felicità” di Ada Boni. Perché è un ricettario. Perché si parla tanto di economia della felicità, di ricerca della felicità e allora è più che giusto declinare il tema a tavola. Infine perché anche Concetta – la tata che circolava a casa di mia nonna – lo comprava e lo regalava quando si sposavano le mie zie giovani. Non credo abbia mai comprato altri libri nella sua vita. Il messaggio era più o meno: “E’ bene che in casa ci sia un modo per cucinare qualcosa di proprio molto buono, almeno ogni tanto”.
mercoledì 20 agosto 2008
Una pausa di due mesi in Brasile. Passando per Bahia. Le ragioni di Mario.
“Alla fine era proprio quello che ci voleva. Una pausa di due mesi in Brasile. E poi Bahia... Ho visto e fatto tutto quello che avevo in testa. Sai non sempre riesci a star dietro a quello che vorresti”. Maria mi guarda allibita. Non riesce a capire se la sto prendendo in giro o cosa. E io continuo. “E poi incontri interessanti, nuovi amici e dimensioni diverse. Una sana doccia mentale. Insomma mi sono proprio divertita”. Parlo seriamente e appassionatamente, mentre Maria è sempre più senza parole. “Scusa…ma non eri stata a Bruxelles? E poi sei tornata a Roma, mi pare”...
“Tutto vero”. Confermo. “Però la pausa in Brasile me la sono regalata ugualmente senza troppi problemi. E pensa che ero pure perplessa quando ho cominciato. Ero veramente mal predisposta dal titolo. Perché diciamolo tanto è carino il libro tanto non mi piace il titolo. E il libro è veramente molto carino...A Mario l’ho detto e gli ho anche chiesto come si può fare se si vuole entrare in contatto con il suo libro. Perché si può anche decidere di prendersi qualche giorno per stare due mesi in Brasile”. Maria ora sorride. “E allora – continuo io – gli ho mandato una mail per sapere se ha un sito, un blog, se lo regala solo a chi gli pare, se lo vende?”
Mario mi ha risposto che lo ha pubblicato – diventandone anche editore – con questo nuovo sito del gruppo L’Espresso: www.ilmiolibro.it. Forse non si aspettava di trovare in me una vera fan. In ogni caso ha provveduto a piazzarmi qualche “consiglio per gli acquisti”. Il libro è bello e allora ecco le ragioni di Mario.
“Sostenitrici/ori,
ho deciso di pubblicare il mio secondo libro percorrendo una strada divertente e innovativa: stampandomelo da solo attraverso il sito www.ilmiolibro.it .Il libro s'intitola "Cannella e garofano", sottotitolo: "Istantanee dallo Stato di Bahia e altre storie" ed è firmato dal sottodetto, Mario Balsamo.
6 RAGIONI PER ACQUISTARLO:
1) perché, OGGETTIVAMENTE (!), è un bel diario di viaggio in Brasile
"che miscela piccoli racconti, ordinari incontri straordinari, fascinazioni dei luoghi e indicazioni concrete su come viaggiare da slow traveller. Tutto questo partendo da una suggestione letteraria assai brasiliana: un sbilenco, improbabile inseguimento di Gabriela, la protagonista dell’insuperabile romanzo di Jorge Amado. Quella Gabriela che è anima profonda del Brasile, al profumo di garofano, dal colore di cannella".
2) per regalarlo ai vostri amici, parenti, perfetti sconosciuti e mostrare così che non abbiamo bisogno delle case editrici!!
3) per donarlo a persone care che abbiano momentaneamente perso il frizzante contatto con la vita e lo possono riacquistare attraverso un viaggio (virtuale e/o reale) in Brasile.
4) per potermi denigrare se non vi piacerà.
5) per portare avanti la vostra crociata: sostenermi nelle mie donchisciottesche iniziative.
6) per tutte le ragioni legate a un libro in generale:
a) leggere elasticizza la mente (così come viaggiare);
b) allunga la vita
c) allena la vista
d) sconfigge la noia
e) rallenta le corse
f) accelera la pigrizia...
QUINDI, COMPRATELO! Per voi, per regalarlo (adesso che il viaggio è di stagione, ma anche a Natale e a Pasqua, per compleanni, comunioni, battesimi e matrimoni, o per il prossimo ponte tra il 25 aprile e il primo maggio).
E' molto semplice: si va sul sito www.ilmiolibro.it e ci si registra (in altro a destra c'è scritto "registrati": è una procedura, anche a tutela della vostra sicurezza). Siete in questa splendida community di appassionati di pagine scritte! A quel punto tornate nell'homepage, troverete lo spazio "Vetrina" e in fondo a destra un pulsantino rosso "Visualizza tutti i libri in vetrina". Cliccatelo.
Nella stringa del "cerca" inserite il titolo del libro: "Cannella e garofano". Avviate la ricerca. Vi apparirà la copertina del mio libro. Cliccatevi sopra. Cliccate "Aggiungi al cartello" e acquistatelo con carta di credito. Grazie!
[Le procedure per perfezionare l'acquisto sono oltremodo sicure, le provo da due mesi...). IL PREZZO, compresa la spedizione, è di euro 14,7 (inclusa la spedizione a casa vostra). Ricattatorio: la mia amicizia vale di meno? Pubblicitario: la vostra curiosità non arriva a 14,7 euro? Compratelo ai mezzi con qualcuno. Cattolico: se non lo comprate si abbatterà su di voi un immenso senso di colpa...Edonista: farete godere un amico (io)...SALUTI SMISURATI. MARIO BALSAMO”
“Tutto vero”. Confermo. “Però la pausa in Brasile me la sono regalata ugualmente senza troppi problemi. E pensa che ero pure perplessa quando ho cominciato. Ero veramente mal predisposta dal titolo. Perché diciamolo tanto è carino il libro tanto non mi piace il titolo. E il libro è veramente molto carino...A Mario l’ho detto e gli ho anche chiesto come si può fare se si vuole entrare in contatto con il suo libro. Perché si può anche decidere di prendersi qualche giorno per stare due mesi in Brasile”. Maria ora sorride. “E allora – continuo io – gli ho mandato una mail per sapere se ha un sito, un blog, se lo regala solo a chi gli pare, se lo vende?”
Mario mi ha risposto che lo ha pubblicato – diventandone anche editore – con questo nuovo sito del gruppo L’Espresso: www.ilmiolibro.it. Forse non si aspettava di trovare in me una vera fan. In ogni caso ha provveduto a piazzarmi qualche “consiglio per gli acquisti”. Il libro è bello e allora ecco le ragioni di Mario.
“Sostenitrici/ori,
ho deciso di pubblicare il mio secondo libro percorrendo una strada divertente e innovativa: stampandomelo da solo attraverso il sito www.ilmiolibro.it .Il libro s'intitola "Cannella e garofano", sottotitolo: "Istantanee dallo Stato di Bahia e altre storie" ed è firmato dal sottodetto, Mario Balsamo.
6 RAGIONI PER ACQUISTARLO:
1) perché, OGGETTIVAMENTE (!), è un bel diario di viaggio in Brasile
"che miscela piccoli racconti, ordinari incontri straordinari, fascinazioni dei luoghi e indicazioni concrete su come viaggiare da slow traveller. Tutto questo partendo da una suggestione letteraria assai brasiliana: un sbilenco, improbabile inseguimento di Gabriela, la protagonista dell’insuperabile romanzo di Jorge Amado. Quella Gabriela che è anima profonda del Brasile, al profumo di garofano, dal colore di cannella".
2) per regalarlo ai vostri amici, parenti, perfetti sconosciuti e mostrare così che non abbiamo bisogno delle case editrici!!
3) per donarlo a persone care che abbiano momentaneamente perso il frizzante contatto con la vita e lo possono riacquistare attraverso un viaggio (virtuale e/o reale) in Brasile.
4) per potermi denigrare se non vi piacerà.
5) per portare avanti la vostra crociata: sostenermi nelle mie donchisciottesche iniziative.
6) per tutte le ragioni legate a un libro in generale:
a) leggere elasticizza la mente (così come viaggiare);
b) allunga la vita
c) allena la vista
d) sconfigge la noia
e) rallenta le corse
f) accelera la pigrizia...
QUINDI, COMPRATELO! Per voi, per regalarlo (adesso che il viaggio è di stagione, ma anche a Natale e a Pasqua, per compleanni, comunioni, battesimi e matrimoni, o per il prossimo ponte tra il 25 aprile e il primo maggio).
E' molto semplice: si va sul sito www.ilmiolibro.it e ci si registra (in altro a destra c'è scritto "registrati": è una procedura, anche a tutela della vostra sicurezza). Siete in questa splendida community di appassionati di pagine scritte! A quel punto tornate nell'homepage, troverete lo spazio "Vetrina" e in fondo a destra un pulsantino rosso "Visualizza tutti i libri in vetrina". Cliccatelo.
Nella stringa del "cerca" inserite il titolo del libro: "Cannella e garofano". Avviate la ricerca. Vi apparirà la copertina del mio libro. Cliccatevi sopra. Cliccate "Aggiungi al cartello" e acquistatelo con carta di credito. Grazie!
[Le procedure per perfezionare l'acquisto sono oltremodo sicure, le provo da due mesi...). IL PREZZO, compresa la spedizione, è di euro 14,7 (inclusa la spedizione a casa vostra). Ricattatorio: la mia amicizia vale di meno? Pubblicitario: la vostra curiosità non arriva a 14,7 euro? Compratelo ai mezzi con qualcuno. Cattolico: se non lo comprate si abbatterà su di voi un immenso senso di colpa...Edonista: farete godere un amico (io)...SALUTI SMISURATI. MARIO BALSAMO”
Ancora Mozambico. L’isola di Ibo.
Metà luglio, la corrispondenza con Paola Rolletta è sempre divertente. Le scrivo. “Cominci a diventare davvero famosa. Mi sono trovata per puro caso a un’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio. Una cosa su “Italia e Romania: partnership, crescita e futuro in Europa”. Inizio a parlare con uno dei partecipanti, raccontando del più e del meno. Ovviamente arriviamo a parlare del Mozambico e del prode don Matteo. Il salto è breve. Tempo cinque minuti e arriviamo a te, la famosa Paola Rolletta. Don Matteo, intanto, resta inconoscibile. Ho sperato che mi fosse presentato, ma non è arrivato”. La risposta è come al solito con nuovi scenari. “Cara, sono appena arrivata ad Accra” - Accra, Accra, ma dove sarà mai Accra. E come prima cosa mi tocca di andare a vedere su google earth - “Sono qui al premio CNN Multichoice African journalistic award. Mio marito è tra i finalisti e io faccio un giro con Aids and media, dove parlerò di DREAM. Il mondo è piccolo! Davvero!” Ancora Mozambico. E i sapori di quei cibi. Come potrei non citare il libro di Paola “Cozinha Tradicional de Moçambique” sulla cucina mozambicana (http://www.criticaliteraria.com/9721054038)?
E mi torna in mente l’isola di Ibo. Nord del Mozambico, mare turchino e antiche costruzioni portoghesi che si sciolgono al tempo. Strade di città con la sabbia che copre l’antico acciottolato e ai lati vecchi palazzi. La grande chiesa nella piazza principale. I forti che incuranti del disfacimento controllano l’orizzonte. Le barche della gente di mare, le piroghe, le mangrovie. Solo qualche generatore e candele la sera. Niente gente di passaggio, ma due vecchi nell’antico forte continuano a lavorare l’argento per fare piccoli gioielli . Bracciali e collier semplici e complicati insieme. Devo averne ancora qualcuno in un cassetto.
A Pemba con Norma avemmo la fortuna di incontrare un pilota indiano con un piccolo aereo. Avevamo messo in giro la voce che ci sarebbe piaciuto andare sulle isole ma senza piroghe, barche o traversate di dieci ore. In più c’era il problema di trovare dove stare. A Ibo non c’erano alberghi e tutto funzionava secondo le regole dell’ospitalità. Insomma trovare un pilota indiano in quella zona quindici anni fa ti dava la certezza di essere in una botte di ferro, di poter andare ovunque al meglio. Stabilito il prezzo, il nostro amico ci caricò sul suo piccolo mezzo di trasporto insieme ad una cassa di whisky, suo regalo personale ad una coppia che ci avrebbero ospitato in una grande casa nella piazza principale di Ibo.
Norma ed io trovammo nuovi amici. Nella grande casa vivevano una pittrice di Maputo con il suo compagno mozambicano impegnato con non so quale organizzazione internazionale. Loro ospite una pittrice bianca anglofona zimbabwana di Harare, con una predilezione spiccata per i giovanotti neri locali. Ricordo che provvide anche a spiegarcene le ragioni – che non so più – e a presentarci l’ultimo rappresentante della categoria. Immagino pro tempore, un pro tempore molto rapido, visto che dopo due giorni era sparito. Per la casa lavorava buona parte del paese, perché oltre quelli che ricevevano stabilmente un compenso c’era sempre qualcun altro che veniva a vendere qualcosa o a offrire un servizio. E così c’era un orto e si poteva mangiare verdura, visto che veniva coltivata sotto le ferree regole del padrone di casa. Come dire potevi mangiarla e avere la certezza di sopravvivere. Ed è l’unica volta che mi consentii di magiare insalata in più di tre settimane. C’era pesce magnifico arrosto e pane fresco. Cene a lume di candela. Camere fresche e pulite. Niente da fare, se non andare in giro, leggere, chiacchierare con i padroni di casa e con tutti quelli che in un modo o nell’altro circolavano tra il giardino, la sala da pranzo e grandi spazi comuni.
Di tutto questo restano segni tangibili nella casa di Norma e in quella mia. Alle pareti abbiamo i quadri dipinti a Ibo dalle due artiste. Perché tornate a Maputo insieme alle nostre nuove amiche comprammo alcune loro opere. Molto diverse tra loro, per mano, sensibilità e tono. Eppure nulla riesce a rappresentare meglio Ibo di quei giorni. Almeno per noi.
E mi torna in mente l’isola di Ibo. Nord del Mozambico, mare turchino e antiche costruzioni portoghesi che si sciolgono al tempo. Strade di città con la sabbia che copre l’antico acciottolato e ai lati vecchi palazzi. La grande chiesa nella piazza principale. I forti che incuranti del disfacimento controllano l’orizzonte. Le barche della gente di mare, le piroghe, le mangrovie. Solo qualche generatore e candele la sera. Niente gente di passaggio, ma due vecchi nell’antico forte continuano a lavorare l’argento per fare piccoli gioielli . Bracciali e collier semplici e complicati insieme. Devo averne ancora qualcuno in un cassetto.
A Pemba con Norma avemmo la fortuna di incontrare un pilota indiano con un piccolo aereo. Avevamo messo in giro la voce che ci sarebbe piaciuto andare sulle isole ma senza piroghe, barche o traversate di dieci ore. In più c’era il problema di trovare dove stare. A Ibo non c’erano alberghi e tutto funzionava secondo le regole dell’ospitalità. Insomma trovare un pilota indiano in quella zona quindici anni fa ti dava la certezza di essere in una botte di ferro, di poter andare ovunque al meglio. Stabilito il prezzo, il nostro amico ci caricò sul suo piccolo mezzo di trasporto insieme ad una cassa di whisky, suo regalo personale ad una coppia che ci avrebbero ospitato in una grande casa nella piazza principale di Ibo.
Norma ed io trovammo nuovi amici. Nella grande casa vivevano una pittrice di Maputo con il suo compagno mozambicano impegnato con non so quale organizzazione internazionale. Loro ospite una pittrice bianca anglofona zimbabwana di Harare, con una predilezione spiccata per i giovanotti neri locali. Ricordo che provvide anche a spiegarcene le ragioni – che non so più – e a presentarci l’ultimo rappresentante della categoria. Immagino pro tempore, un pro tempore molto rapido, visto che dopo due giorni era sparito. Per la casa lavorava buona parte del paese, perché oltre quelli che ricevevano stabilmente un compenso c’era sempre qualcun altro che veniva a vendere qualcosa o a offrire un servizio. E così c’era un orto e si poteva mangiare verdura, visto che veniva coltivata sotto le ferree regole del padrone di casa. Come dire potevi mangiarla e avere la certezza di sopravvivere. Ed è l’unica volta che mi consentii di magiare insalata in più di tre settimane. C’era pesce magnifico arrosto e pane fresco. Cene a lume di candela. Camere fresche e pulite. Niente da fare, se non andare in giro, leggere, chiacchierare con i padroni di casa e con tutti quelli che in un modo o nell’altro circolavano tra il giardino, la sala da pranzo e grandi spazi comuni.
Di tutto questo restano segni tangibili nella casa di Norma e in quella mia. Alle pareti abbiamo i quadri dipinti a Ibo dalle due artiste. Perché tornate a Maputo insieme alle nostre nuove amiche comprammo alcune loro opere. Molto diverse tra loro, per mano, sensibilità e tono. Eppure nulla riesce a rappresentare meglio Ibo di quei giorni. Almeno per noi.
sabato 19 luglio 2008
Prima della pioggia. Una mattina in Valtellina. L’iniezione di energia di andare in giro in elicottero.
“Non hai altro modo per essere lì. Prendi un elicottero all’aeroporto di Montichiari. Poi, visto che devi essere in serata a Roma, torni sempre in elicottero a Linate. Da qui prendi un normale aereo di linea”. Il mio viaggio di lavoro è presto definito. Quello che non mi avevano detto è quanto mi sarebbe piaciuto girare nei cieli con quella specie di utilitaria che è un elicottero. Perché un aereo, anche piccolo, ha qualcosa di nobile. Un elicottero – magari è anche più snob nella sostanza – ma standoci dentro ti dà un’idea di normalità. Ti senti come in una cinquecento. Sotto a distanza ravvicinata la terra. Intorno il cielo. Ma non quello lontano e sconosciuto, il cielo normale, quello dove volano gli uccelli piccoli.
Da Montichiari a Sondrio sarebbero dovuti essere 30 – 35 minuti, ma ci abbiamo messo di più perché abbiamo cambiato strada. In un primo momento si pensava di passare le montagne, ma il tempo era pesto, con troppe nuvole. Siamo scesi, passati per Lecco ed abbiamo imboccato la valle. Girare in elicottero è come seguire una mappa. In più c’è il sole o la pioggia, le case, i fiumi, i prati e gli alberi, le macchine sotto.
In aereo si deve seguire una rotta, in elicottero ci si muove a vista. All’andata il pilota aveva con se un navigatore, un collega con una normale carta geografica sulle gambe e una riga per le distanze. Una cosa molto artigianale, come quando io dico la strada a Gianfranco in macchina. Al ritorno da Sondrio a Linate chi guidava era solo. Siamo partiti che pioveva, ma conosceva talmente bene la strada che avrebbe potuta farla dormendo. “Da Sondrio a Linate si possono fare due strade. Noi abbiamo seguito il fiume. Si fa prima ed è più bello”. Il pilota del ritorno lo racconta come se parlasse delle strade intorno casa. Quelli che portano gli elicotteri sono un capitolo a parte. Hanno quest’aria da ex ragazzi, capelli un po’ lunghi brizzolati, avventurosi ma familiari.
Insomma il risultato è stato che tornata a casa ero talmente carica di energia positiva che non ho potuto far a meno di ripartire. Perché ero stanca ma troppo gasata, con tutta questa luce negli occhi e tutta quest’aria che ancora mi girava intorno. E allora con Gianfranco e la piccola siamo andati in campagna anche se era sabato notte. Lontani dalla città. Alla ricerca di un po’ di fresco e di aria profumata.
Poi lunedì apro il giornale e scopro che ho fatto un giro prima della pioggia vera. Maltempo, due morti. Valtellina isolata. Evacuate 250 persone. Ma quando io ero lassù era bellissimo. E nulla faceva immaginare ciò che sarebbe successo. Più o meno come nei libri di Matilde Asensi (http://it.wikipedia.org/wiki/Matilde_Asensi), una dei nuovi spagnoli che va tanto. Cominci ed è tutto molto reale. Poi piano piano prendi una strada che ti sembra normale, ma lascia molto presto il campo del possibile. Non sai nemmeno come accade e sei quasi nel fantasy. Dopo un necessario percorso iniziatico, con “L’ultimo Catone” arrivi a incontrare i guardiani della Vera Croce, che vivono pacifici e felici per i fatti loro. “Nell’origine perduta” sei nella foresta amazzonica sulle tracce dell’antica lingua perfetta che ha una struttura simile al linguaggio informatico. In “Tutto sotto il cielo”, invece, trovi la tomba di Qin Shi Huangdip. E nulla faceva immaginare ciò che sarebbe successo. E che tu ci saresti stato al gioco.
Da Montichiari a Sondrio sarebbero dovuti essere 30 – 35 minuti, ma ci abbiamo messo di più perché abbiamo cambiato strada. In un primo momento si pensava di passare le montagne, ma il tempo era pesto, con troppe nuvole. Siamo scesi, passati per Lecco ed abbiamo imboccato la valle. Girare in elicottero è come seguire una mappa. In più c’è il sole o la pioggia, le case, i fiumi, i prati e gli alberi, le macchine sotto.
In aereo si deve seguire una rotta, in elicottero ci si muove a vista. All’andata il pilota aveva con se un navigatore, un collega con una normale carta geografica sulle gambe e una riga per le distanze. Una cosa molto artigianale, come quando io dico la strada a Gianfranco in macchina. Al ritorno da Sondrio a Linate chi guidava era solo. Siamo partiti che pioveva, ma conosceva talmente bene la strada che avrebbe potuta farla dormendo. “Da Sondrio a Linate si possono fare due strade. Noi abbiamo seguito il fiume. Si fa prima ed è più bello”. Il pilota del ritorno lo racconta come se parlasse delle strade intorno casa. Quelli che portano gli elicotteri sono un capitolo a parte. Hanno quest’aria da ex ragazzi, capelli un po’ lunghi brizzolati, avventurosi ma familiari.
Insomma il risultato è stato che tornata a casa ero talmente carica di energia positiva che non ho potuto far a meno di ripartire. Perché ero stanca ma troppo gasata, con tutta questa luce negli occhi e tutta quest’aria che ancora mi girava intorno. E allora con Gianfranco e la piccola siamo andati in campagna anche se era sabato notte. Lontani dalla città. Alla ricerca di un po’ di fresco e di aria profumata.
Poi lunedì apro il giornale e scopro che ho fatto un giro prima della pioggia vera. Maltempo, due morti. Valtellina isolata. Evacuate 250 persone. Ma quando io ero lassù era bellissimo. E nulla faceva immaginare ciò che sarebbe successo. Più o meno come nei libri di Matilde Asensi (http://it.wikipedia.org/wiki/Matilde_Asensi), una dei nuovi spagnoli che va tanto. Cominci ed è tutto molto reale. Poi piano piano prendi una strada che ti sembra normale, ma lascia molto presto il campo del possibile. Non sai nemmeno come accade e sei quasi nel fantasy. Dopo un necessario percorso iniziatico, con “L’ultimo Catone” arrivi a incontrare i guardiani della Vera Croce, che vivono pacifici e felici per i fatti loro. “Nell’origine perduta” sei nella foresta amazzonica sulle tracce dell’antica lingua perfetta che ha una struttura simile al linguaggio informatico. In “Tutto sotto il cielo”, invece, trovi la tomba di Qin Shi Huangdip. E nulla faceva immaginare ciò che sarebbe successo. E che tu ci saresti stato al gioco.
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